Batmanchannel

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sabato 9 giugno 2012

Non Tutti sanno che.....


Quella Cenerentola sabauda…


Spot per Torino, degrado per Napoli... Qualche sera fa la Rai ha mandato in onda la Cenerentola di Gioacchino Rossini, opera rappresentata per la prima volta nel 1817 e che, in questa occasione, aveva come scenario la reggia torinese-sabauda di Venaria. Tutti sanno (?) che la prima versione della favola fu scritta in lingua napoletana da Giambattista Basile nei primi anni del Seicento e certamente prima del francese Perrault, dei fratelli Grimm o dello stesso Walt Disney. Era una delle cinquanta favole di quella preziosa raccolta che fu  “Lo cunto de li cunti, Trattenemiento de peccerille o Pentamerone”,  tradotta in tutte le lingue del mondo e conosciuta in tutto il mondo (tranne che dalle nostre parti e… in Rai). In una pirotecnica e barocca lingua napoletana, il poeta nato (e sepolto) a Giugliano (Napoli), quando pensava a quello scalone di quel palazzo reale sui cui quella ragazza perde intorno alla mezzanotte la sua scarpetta, pensava (conoscendolo bene) allo scalone del Palazzo vicereale di Napoli. Dopo quasi 4 secoli, manca ancora sulle scale di quel palazzo (cambiato nella sua struttura originaria ma rimasto sostanzialmente simile a quello del grande Basile) una semplice targhetta-simbolo di radici e orgoglio che possa ricordare questo piccolo-grande esempio di cultura napoletana dimenticato dalla Rai e dimenticato dai politicanti o dai famosi intellettuali “ufficiali” della nostra ex capitale così come si regala un grande spot alla reggia dei Savoia mentre continua il degrado del nostro Palazzo Reale…G.D.C.

Tratto da neoborbonici.it

venerdì 23 settembre 2011

La mia Napoli prima parte

Non riconosco più la mia città,martorizzata,sporca,quasi scippata dalle sue tradizioni.

Mi ricordo 
i bambini giocare il pallone in ogni strada,in ogni piccolo spazio,le porte da gioco erano improvvisate da qualsiasi cosa...un cartone ..un secchio qualsiasi cosa, iniziavano dopo pranzo e finivano il pomeriggio tardi e bagnati dal sudore-stanchi ma con gli occhi pieni di gioia magari per un goal,li chiamavano scugnizzi ma non lo erano erano bambini come gli altri.






In estate potevi incontrare per le strade un banchetto di legno ed adgiato sopra, una forma di ghiaccio dove con un  (geniale) utensile veniva grattato e raccolto all'interno di esso e poi versato in un bicchiere dove si poteva aggiungere dello sciroppo (menta-orzata- etc...) in dialetto viene chiamata : A RATTAT  insomma una vera e propria granita.  



Di prima mattina girava per le strade
un uomo con una grande cesta di vimini ornato da piccoli panini detti panini all'olio,ma la prelibatezza era quello di riempirlo di ricotta A RICOTT e FRUSCELL






I chioschi dell'acquafrescaio ( AQUAJUOLO) si organizzavano con delle Bacinelle
 piene di ghiaccio ed adagiate all'interno delle piccole anfore in terracotta dette MUMMARELLE all'interno contenevano un acqua sulfurea,dalla sorgente che sgorgava dal Monte ECHIA,

fino a pochi anni fàerano state installate delle fontane nei pressi del Maschio Angioino,poi chiuse senza motivo
L'acquafrescaio invitava a berla gridando ....Acquaiuò, l'acqua è fresca? ... manco 'a neve!

martedì 30 agosto 2011

il Razzismo dei Leghisti

Roberto Avogadro Sindaco di Alassio e "Leghista" ha fatto rimuovere la Statua del principe della risata dal  Parco Pubblico dedicato a Totò installata appena due anni fà dal Sindaco uscente, con tanto di Festa e partecipazione dei cittadini con la presenza di Eliana de Curtis.
La sua motivazione è stata :che Totò non è un personaggio del luogo e che non abbia fatto un qualcosa di particolare da ricordarlo per la cittadina di Alassio,parla di scarso valore artistico e mancato legame con la citta’ come se fosse un critico o come se per istallare le statue di personaggi noti in tutto il mondo ci fosse bisogno di particolari legami con il territorio. Secondo questi bizzarri concetti a Napoli dovremmo cancellare tutti i nomi delle strade o piazze con riferimenti a cittadini illustri o citta’ del centro nord (come ad esempio Via Torino, Via Milano o P.zza Cavour)”. ecco che cade in contraddizione,ad Alassio è presente la statua di Charlie Chaplin (Charlot) non mi risulta che sia natio di quelle parti.
Ancora una spudorata azione RAZZISTA verso i napoletani e Napoli 
Vorrei Ricordare al signor (signori si nasce) Avogadro che il nostro Totò è conosciuto in tutto il mondo e che i suoi Film sono visti da qualsiasi fascia di età...inoltre le sue Poesie e canzoni sono cantate anche in Oriente.
Scusi Signor Principe De Curtis in arte TOTO' come vuole rispondere al sig.Sindaco ?
TOTO': Ma mi faccia il Piacere ...mi Faccia..Io ho fatto il militare a CUNEO.. 
ma siamo UOMINI o Caporali?


mercoledì 18 maggio 2011

Maria Sofia la Regina delle Due Sicilie

Maria Sofia, com'eri bella sugli spalti di Gaeta

  Singolare e originale iniziativa a Lecce il 5 marzo scorso organizzata da varie fondazioni culturali del centrodestra: “La sfida a Maria Sofia, l'ultima regina. Processo alla moglie di Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie”. Nell'ambito del ciclo di incontri “Sfide culturali e politiche”, la kermesse culturale promossa ogni anno dal sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano,si è svolto non il solito convegno storico, con relazioni sugli avvenimenti passati, ma una vera e propria rappresentazione scenica teatrale, con insoliti attori non professionisti, tranne una, la regina Maria Sofia interpretata da Alessandra Crocco. 
 L’iniziativa è stata organizzata da Progetto Osservatorio, in collaborazione con la Fondazione NuovaItalia, la Fondazione MagnaCarta,Compagnia delle Opere,Alleanza Cattolica, e con il patrocinio diConfindustria Puglia.
 Gli incontri di quest’anno si collegano, inevitabilmente, al 150° anniversario dell’unificazione: “Poiché la passione e il lavoro per il territorio nel quale si vive sono frutto dell'amore per la propria terra - afferma il Sottosegretario Mantovano -e poiché non c'è amore senza conoscenza, il punto di partenza è conoscere che cosa è stato il Sud d'Italia prima dell'Unità e perché i problemi dei meridionali da una certa data sono cresciuti a dismisura.” Certo questi incontri hanno qualche rischio:“da un lato quella dell'acritica apologia dell'evento unitario, dall'altro quella del vittimismo e dello spirito nostalgico che rischia di scadere nel rivendicazionismo di parte”. Ciò  non toglie che non si possa avere una “riflessione il più possibile oggettiva, in modo da fornire i giusti elementi per una valutazione storica, e di raccogliere gli elementi provenienti dalla realtà per incidere sul futuro dell’Italia, con amore e rispetto verso una Patria che ha almeno un migliaio d’anni di storia e che affonda le sue radici nella Roma imperiale e nella Cristianità medievale”.
 Ma chi era Maria Sofia? La terza delle cinque figlie dei duchi di Baviera, sorella di Elisabetta, detta Sissy, l'imperatrice, moglie di Francesco Giuseppe. Maria Sofia si ispirava molto alla sorella, nel modo di vestirsi, di comportarsi, in una parola, di vivere.
Nel 1858 a soli diciassette anni, venne promessa in sposa al giovane erede al trono del Regno delle Due Sicilie Francesco Duca di Calabria, che conobbe inizialmente solo attraverso l'immagine di una miniatura. Il fidanzamento ufficiale avvenne il 22 dicembre 1858 e il matrimonio fu celebrato per procura l'8 gennaio 1859. Morto Ferdinando II, Maria Sofia divenne regina a soli 18 anni al fianco di Francesco II allora ventitreenne, il 22 maggio 1859, fino alla capitolazione di Gaeta avvenuta il 13 febbraio 1961.
 La regina Maria Sofia divenne molto popolare proprio durante l'assedio della piazzaforte diGaeta, dove la corte si era rifugiata il 6 settembre 1860 per tentare un'ultima resistenza alle truppe piemontesi. Cercò in tutti i modi di incoraggiare i soldati borbonici distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate, prese ad indossare un costume calabrese di taglio maschile affinché pure la popolazione civile la sentisse più vicina, come una di loro, partecipò personalmente ai combattimenti incitando alla lotta i soldati e recandosi in visita dei feriti negli ospedali.
 A questo proposito è veramente bella la presentazione dell'evento salentino di Camillo Langone su Il Foglio del 5 marzo: Maria Sofia com'eri bella sugli spalti di Gaeta! Tu che fumavi, cavalcavi, portavi gli stivali,indossavi l'abito calabrese e tiravi di scherma, tu che eri unica nel 1861 e lo saresti pure nel 2011 (cene sono di donne che cavalcano ma nessuna in abito calabrese), tu che sotto il fuoco degli invasori sostituivi al pezzo gli artiglieri caduti, e avevi diciannove anni, tu che fosti spodestata, esiliata e diffamata, il tempo (non il tuo ignobile cugino Vittorio Emanuele) è galantuomo. E conclude: oggi nella capitale salentina, questa volta ti sarà resa giustizia perché oltre al pubblico ministero sono previsti difensori, testimoni, giurati. E soprattutto c'è un giudice a Lecce: Alfredo Mantovano”.
 Con la caduta di Gaeta e il Regno delle Due Sicilie, Maria Sofia e il marito andarono in esilio a Roma, qui Re Francesco istituì un governo in esilio a Roma, che godette del riconoscimento diplomatico da parte degli stati europei per alcuni anni come il governo legittimo del Regno delle Due Sicilie.
 Durante il soggiorno romano la regina fu oggetto di calunnie per screditarla. Nel febbraio del 1862 apparvero alcune foto oscene che la ritraevano nuda e che fecero il giro di tutte le corti d'Europa. Le foto si rivelarono essere degli abili montaggi nei quali la testa della regina era stata montata sul corpo di una giovane prostituta ritratta in pose lascive. Poi venne accusata di avere relazioni con una guardia pontificia e di aver avuto una figlia. Maria Sofia e suo marito hanno avuto una sola figlia avuta  Maria Cristina Pia delle Due Sicilie, visse purtroppo solo tre mesi.
 Vista la storia, il processo a Maria Sofia svoltosi a Lecce incuriosiva molto. Chiamato a giudicare la Regina, che è stata "interpretata" da Alessandra Crocco(attrice dei cantieri teatrali Korea), è il sottosegretario di Stato agli Interni On.Alfredo Mantovano. A dibattere sulle ragioni dell'ultima regina delle Due Sicilie il "pubblico ministero" Francesco Paolo Sisto e l'avvocato (difensore di Maria Sofia) Giovanni Formicola. Testimone d'eccezione sarà il Vate Gabriele D'Annunzio, interpretato da Pier Luigi Portaluri. Il pubblico presente costituirà la giuria popolare che deciderà le sorti dell'ultima regina delle Due Sicilie. Va detto, a scanso di equivoci che il processo si è concluso nel modo più felice possibile, vale a dire con l’assoluzione piena dell’ultima regina delle Due Sicilie. Sugli oltre 300 spettatori presenti solo in dieci hanno alzato la mano per esprimere il loro voto favorevole alla condanna.
 

martedì 5 aprile 2011

La risorsa della Camorra

Tratto da giovani.it

Ebbene si, la provincia a nord di Napoli ha il tasso di mortalità per tumori più alto d'Europa. La camorra ha ficcato il suo zampino anche in questo. E la cosa peggiore e che le vittime si mietono lentamente, rosicando pian piano l'essenza della vita, prima ai giovani e poi successivamente ai bambini ed ai figli dei nostri figli. Niente più pallottole che fuoriescono dalla canna di una semi-automatica, ma solo tanti e tanti rifiuti tossici che, seppelliti nelle terre campane, distruggono il futuro di questa splendida regione.

Il giro d'affari, secondo lega ambiente, è di circa 600 milioni di euro. Dato facilmente deducibile dalla telefonata intercettata di un noto camorrista che diceva: "nelle nostre aziende entra mondezza ed esce oro". Infatti, la cosiddetta mondezza è una risorsa che garantisce alla eco-mafia forti margini di guadagni ed il grido della politica agli inceneritori è solo un banale rimedio alla risoluzione del problema. Bruciare i rifiuti non vuol dire distruggerli. Come la fisica ci insegna con il principio della conservazione della massa: nulla si crea e nulla si distrugge. Bruciando i rifiuti si cambia solo il loro aspetto sottraendoli alla vista dell'uomo e trasformandoli in sostanza ancor più dannose per il corpo umano. E' da ricordare, infatti, che la combustione rende nocivo anche ciò che di per sé sarebbe inerte e gli inceneritori in particolare emettono alcune sostanze, secondo una tabella pubblicata dagli Annali dell'istituto superiore della Sanità, altamente cancerogene quali: arsenico, berillio, cadmio, cromo, nichel, benzene e diossina.
Un vero e proprio bollettino di guerra che coinvolge quasi tutta la provincia napoletana e casertana in cui la criminalità organizzata, intenta solo a massimizzare i propri profitti, ci sguazza. Le analisi fatte dalla protezione civile "hanno consentito l'identificazione di un'area nella quale la mortalità generale e i tassi specifici per diverse patologie tumorali sono particolarmente elevati rispetto ai valori regionali". Una zona che comprende alcuni comuni delle province di Caserta (Aversa, Capodrise, Casagiove, Casal di Principe, Caserta, Castel Volturno, Marcianise, San Cipriano D'Aversa, Santa Maria Capua Vetere, San Nicola la Strada e Villa Literno) e Napoli (Afragola, Arzano, Caivano, Casoria, Frattamaggiore, Giugliano in Campania, Marano di Napoli, Marigliano, Melito di Napoli, Mugnano di Napoli, Pomigliano D'Arco, Sant'Antimo e Volla).
Ma qual è la strada che si sta percorrendo per risolvere il problema?
Il commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania Guido Bertolaso ha pensato bene di inaugurare altre nuove discariche di cui una a Serre, in provincia di Salerno, precisando bene che "non costruirà nessuna megadiscarica, ma solo un sito ridotto di un terzo e più lontano dall'oasi naturalistica". La salute della popolazione campana sicuramente è più importante di tutto, ma il problema non si risolverà certamente costruendo una minidiscarica in un'oasi naturale che ospita numerose specie protette.
Inoltre, nulla si sta facendo per promuovere la raccolta differenziata e le migliaia di lavoratori che sono in decine di consorzi creati apposta dalla regione dal 1999 trascorrono le logo giornate incrociando le dita senza far nulla con l'emergenza rifiuti che continua impetuosa nonostante la Campania sia commissariata da 14 anni. Intanto le strade sono stracolme di rifiuti, il patrimonio ambientale campano sta letteralmente morendo, il bestiame che permette il fiorire dell'economia partenopea, basata sulla mozzarella di bufala, viene infettato ed i tumori di vario genere stanno diventando parte integrante della vita quotidiana, per non parlare dei danni al cervello causati dalle sostanze chimiche ai bambini.

mercoledì 16 marzo 2011

OMAGGIO A NINCO NANCO

GIUSEPPE NICOLA SUMMA

alias NINCO NANCO

da: http://www.brigantaggio.com/sitoninco.htm

Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco, soprannome col quale 
era conosciuta la famiglia paterna, nacque ad Avigliano 
il 12 aprile 1833 da una famiglia piena di guai con la giustizia.
Uno zio paterno, Giuseppe Nicola Coviello, famoso bandito,
morí bruciato in una capanna di paglia dove si era nascosto 
inseguito dalla polizia, mentre uno zio paterno dopo aver scontato
dieci anni di reclusione per aver schiaffeggiato un gendarme borbonico,
uccise, per una questione di giuoco, un cittadino e per questo fu costretto
a fuggire in Puglia, dove uccise il massaro presso cui lavorava
dandosi così al brigantaggio. Gli esempi di violenza dei suoi parenti
temprarono il carattere del giovane Nicola, il quale iniziò ben presto 
ad avere problemi con la giustizia. Proprio per una questione di giuoco 
a venti anni ricevette un colpo di scure alla testa che lo costrinse ad 
una lunga guarigione. Tre anni più tardi Ninco Nanco 
venne assalito e pugnalato da cinque individui 
che gli procurarono altri tre mesi di degenza, 
ma i cui nomi non fece alla polizia,
meditando di vendicarsi personalmente. 
Infatti dopo alcuni mesi uccise a colpi di scure uno dei suoi feritori e per questo, 
dopo aver confessato il delitto, fu condannato a dieci anni di carcere 
e rinchiuso nel carcere di Ponza, da dove evase nell'agosto 1860. 
Una volta evaso tentó dapprima di arruolarsi nelle file garibaldine, 
ma scartato si presentò a Salerno a Nicola Mennuni, 
comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, 
dal quale ebbe un'identica risposta, anzi a stento scampò alla vendetta dei parenti
della sua vittima presenti in quella colonna. 
Tornato ad Avigliano presentò domanda di arruolamento nella G.N., 
ma l'esito fu lo stesso, come uguale fu il rifiuto alla sua richiesta 
di incorporamento nel Battaglione Lucano. 
Da ritorno da Potenza un sacerdote gli consigliò di tenersi nascosto,
perché i nuovi governanti non avrebbero sorvolato sui suoi reati passati, 
e così il guardiano di vigne di Avigliano decise di darsi alla macchia, 
vivendo di rapine fino al 7 gennaio 1861 quando in casa di Giuseppe Allamprese, 
proprietario di Ginestra, incontrò la banda di Crocco e si unì ad essa. 
D'ora in poi Ninco Nanco seguirà le orme di Crocco: 
nell'aprile 1861 fu presente nella reazione del Melfese fino alla battaglia di Rionero; 
successivamente fuggì con Crocco nell'Irpinia; il 10 agosto era a Ruvo del Monte; 
il 13 gettò lo scompiglio in Avigliano, intenzionato ad occuparlo, ma senza riuscirvi; 
con Borjés e Crocco partecipò alla scorreria nel mese di novembre, 
finché nel febbraio 1862 ottenne un territorio su cui aveva un'illimitata libertà d'azione 
con la sua banda (di quarantotto uomini), 
rimanendo sempre disponibile agli ordini di Crocco in occasione di qualche grande
scorreria. Il 1° marzo 1862 assieme a Crocco, Caruso, 
Coppa e Cavalcante nel bosco di Policoro, attese lo sbarco, ma invano, 
di soldati inviati da Francesco II; il 25 aprile era in contrada Iscalonga 
sempre in compagnia di Crocco e Caruso con i quali fu costretto alla fuga 
da due compagnie di bersaglieri e da un reparto di Guardie Mobili;
il 6 maggio nel bosco di Ruvo in uno scontro contro la G. M. perse dieci uomini,
mentre altri due li perse in agro di Venosa il 9 giugno.
Per cinque anni in tutto il Vulture-Melfese e la valle di Vitalba
(da Atella fino al castello di Lagopesole) non ci fu un viaggio non disturbato 
dai briganti o che non sfuggisse alla loro vigilanza. 
Chi si avventurava senza una adeguata scorta armata 
(per esempio agli operai addetti ai lavori di 
costruzione della strada Moliterno-Montalbano
fu predisposta una scorta armata) veniva sistematicamente depredato, 
come capitó al corriere postale ai primi di giugno 1861 nel territorio di Venosa,
o a quello proveniente da Melfi nell'aprile 1864, o al saccheggio effettuato
a scapito di un carretto carico di sale e tabacco nel luglio 1862 ad opera 
delle bande di Ninco Nanco e di Tortora. 
Nel gennaio 1863 Ninco Nanco si rese colpevole della più feroce carneficina, 
quando uccise a tradimento e infierì sui cadaveri del capitano Capoduro, 
di un vecchio contadino, di quattro soldati e del delegato di P.S. di Avigliano, 
Polesella, l'artefice del piano che prevedeva l'eventuale costituzione di Ninco Nanco
e della sua banda. 
La banda di Ninco Nanco partecipó anche al massacro di 
uno squadrone di Cavalleggeri di Saluzzo comandato dal capitano Bianchi, 
nel marzo 1863 a S. Nicola di Melfi, assieme alle bande di Crocco, Coppa, 
Caruso, Marciano, Sacchetiello, Caporal Teodoro e Malacarne di Melfi. 
Dei 21 cavalleggeri 15 furono seviziati e successivamente uccisi.
Anche Ninco Nanco partecipó alle trattative di resa, 
nel settembre 1863, e con lui trattó lo stesso prefetto di Potenza, 
Bruni, motivo per il quale fu costretto a dimettersi;
Ninco Nanco peró non si costituì
 e continuó a commettere omicidi (il 30 ottobre 1863), 
furti (il 31 dello stesso mese e il 26 gennaio 1864) e ricatti.
L'8 febbraio 1864 la banda fu decimata presso Avigliano, 
perdendo 17 uomini, triste presagio di ció che avvenne un mese dopo, il 13 marzo,
quando presso Lagopesole, Ninco Nanco e tre suoi compagni furono catturati 
dalla G.N. di Avigliano capitanata da Benedetto Corbo,
 vecchio protettore di Ninco Nanco.
Appena catturato Ninco Nanco fu subito freddato dal caporale delle G.N., 
Nicola Coviello,ufficialmente per vendicarsi della morte del cognato
(ucciso da Ninco Nanco il 27 giugno 1863), 
ma molto probabilmente fatto eliminare dallo stesso Corbo 
per evitare che il brigante potesse svelare i suoi protettori,
tra cui lo stesso Corbo, e i molti manutengoli. 
Lo stesso Corbo due mesi dopo fu coinvolto, 
assieme al giudice mandamentale di Avigliano, 
Giorgio Marrano, e al delegato di P.S., Mariani,
in un'altra vicenda di complicità con i briganti.
I tre individui furono accusati dal generale Baligno, 
comandante delle truppe di Basilicata,
di aver rilasciato il 12 aprile "senza avere nessuna autorità" due salvacondotti a due briganti 
appartenenti alla banda Ninco Nanco, Luccia Domenico e Colangelo Santo. 
I due salvacondotti, che valevano otto giorni, furono ritirati dal capitano De Maria, 
comandante della 8° compagnia del 22° fanteria, 
il 16 aprile, quando la compagnia arrestó i due individui che scorrevano
 le campagne di Avigliano. La morte di Ninco Nanco, 
il piú valido luogotenente di Crocco,
 fu salutata con gioia da tutte le autorità della provincia e del regno, 
e la stessa stampa riportó ampi resoconti con vivacitá di stile e ricchezza di particolari. 
Il giorno successivo il suo cadavere veniva trasportato a Potenza
 ed esposto al pubblico ludibrio per qualche giorno. 
Tra gli oggetti ritrovati addosso a Ninco Nanco ci furono: due pacchi di monete d'oro,
 sette piastre, una rivoltella, due fucili, una carabina, 
due orologi a cilindro d'argento e una catenella di oro.
 La morte eliminó fisicamente Ninco Nanco, 
ma non le polemiche che ne scaturirono in seguito 
tra il capitano della G.N. di Montemurro,
Giovanni Padula, che accusó Benedetto Corbo di essere un manutengolo 
e un protettore di briganti. 
Infine i resti della banda di Ninco Nanco 
confluirono nella banda Ingiongiolo di Oppido Lucano.

giovedì 10 marzo 2011

L’Ultimo Re di Napoli

  Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli
Ritratto di un sovrano che amò sinceramente il suo popolo
 di
Mariolina Spadaro

27 dicembre 1894: l’ultimo sovrano delle Due Sicilie si congeda dalla scena del mondo in punta di piedi, con lo stesso stile sobrio e dignitoso con cui aveva vissuto. Nel suo testamento, Francesco II di Borbone aveva scritto: “Ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto del bene, perdono a coloro che mi hanno fatto del male e domando scusa a coloro ai quali ho in qualche modo nuociuto”.
La Discussione di Napoli, nel riportarne la notizia, commentava: “Con l’anima serena dell’uomo giusto, con gli occhi estaticamente rivolti alla visione di quel sereno cielo che lo vide nascere, è morto il Re adorato, alle porte dell’Italia, in un modesto albergo, situato in una regione non sua...”.
Matilde Serao, in un articolo apparso sul Mattino del 29 dicembre, scrisse: “Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco II. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo. Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone”.
Ad Arco di Trento, l’ultimo discendente di una delle monarchie più potenti d’Europa aveva vissuto gli ultimi anni della sua breve vita, in perfetta umiltà e dignitoso anonimato.
Fu l’ultimo Re, disse l’Italia intera; ed il cordoglio per la morte prematura di un sovrano tanto nobile, leale e generoso, fu sincero, quanto tardivo il riconoscimento del suo alto profilo morale.
Ma chi era davvero Francesco II?
La storia ci ha abituati a conoscerlo come “Franceschiello”, un epiteto dispregiativo per sminuirne la figura e renderne insignificante l’operato: l’ultimo Re delle Due Sicilie era stato capace, in meno di un anno, di perdere regno e ricchezze, combattendo dalla parte sbagliata. Perché è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde, quando la storia la scrivono i vincitori. E Francesco, pur consapevole della fine imminente, non si era voluto piegare a nessun compromesso. Perciò, aveva perso. Non aveva cercato facili alleanze: avrebbe potuto salvare almeno se stesso, conservare le fortune personali, ereditate dagli avi  o, persino, usare quelle ricchezze (che nessun altro stato italiano poteva vantare di possedere in tale quantità) per corrompere quanti, nell’ora più difficile del Regno, preferirono abdicare alla propria dignità, barattando la patria napoletana con l’oro piemontese e massonico.
Invece, non fece nulla di tutto ciò. Non si oppose alla storia, ma non abdicò mai al ruolo che la storia gli aveva assegnato: morì da Re, assolvendo fino alla fine il suo compito, con coraggio e dignità.
25 novembre 2007: sono passati centotredici anni. Nella Chiesa di Santa Chiara a Napoli ascolto l’omelia di un giovane frate francescano (è davvero molto bravo), nel giorno in cui si celebra la festa di Cristo Re. Non ho scelto di proposito di andare ad ascoltare la Messa domenicale a Santa Chiara, mi ci sono trovata per caso, perché un’amica mi ha chiesto di accompagnarla a vedere i presepi a San Gregorio Armeno. C’è molta gente per strada, quasi non si cammina; decidiamo perciò di andare prima a Messa, in attesa che la folla diminuisca. E’ quasi mezzogiorno; proviamo ad entrare al Gesù Nuovo, ma occorre aspettare un’ora per la celebrazione. “Ripieghiamo”,  allora, su Santa Chiara: un frate, all’ambone, sta provando con i fedeli i canti per la  Messa, che sarà celebrata tra pochi minuti. Decidiamo di restare e troviamo posto nei primi banchi, sul lato destro della basilica. All’omelia il giovane frate evidenzia la contraddizione tra il Vangelo di oggi, che presenta la scena della Crocifissione, e la regalità di Cristo, che l’odierna festività intende esaltare. Cosa c’entra con la regalità e con Cristo, Re dell’universo ed immagine visibile di Dio, che ha creato tutte le cose, in cielo e sulla terra, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà, ecc. ecc., quella scena che riproduce il momento meno esaltante della vita di Gesù, la sua morte sulla croce?
Ma la contraddizione, spiega il frate, è soltanto apparente: Cristo che muore sulla croce è il vero Re, perché sposa per sempre il suo popolo, lo abbraccia, lo “comprehendit” e in quell’abbraccio “si comprende” egli stesso, ossia trova senso e compimento la sua stessa vita. E’ per questo motivo che Cristo è Re, non già perché domina. Non c’entrano nulla le ricchezze, il potere, l’essere “i primi della classe”. Il modello cristiano di regalità non si basa sulla “competitività”, ma sulla “comprensione”: cum – prehendere”; altrimenti non avrebbe senso la Crocifissione e Cristo sarebbe un perdente.  E noi non dovremmo essere qui.
Ho un sussulto nel rendermi conto di essere seduta proprio a fianco alla cappella dei Borbone, dove Francesco II riposa per sempre. E’ solo un caso?  Avevo, appena ieri, cominciato a scrivere queste pagine sull’ultimo sovrano delle Due Sicilie, di cui mi ha sempre colpito la profonda religiosità, la sua fede di cristiano perfetto che, con grande eroismo, ha saputo affrontare le prove durissime cui la vita lo ha  sottoposto. Chi l’ha detto che i Re devono evocare immagini di grandiosità e di potenza? Francesco II è stato un re dolente: la nascita lo privò immediatamente della madre, Maria Cristina di Savoia; le sue nozze con Maria Sofia di Baviera furono turbate dalla malattia e, quindi, dall’improvvisa morte del padre, Ferdinando II; in poco più di un anno di regno perse trono ed averi personali e non vide mai crescere l’unica figlia avuta dal quel matrimonio, che morì di pochi mesi;  visse  la maggior parte della sua vita in esilio e morì a soli 57 anni. Eppure, niente di tutto ciò poté mai scalfire il suo animo di credente e di Re: un re dolente, certo; ma quanta dignità e quanto eroismo in quel dolore!
Le parole dell’omelia, una delle migliori che mi è mai capitato di ascoltare, si intrecciano con i miei pensieri; sono parole forti, che scuotono ed inducono a riflettere sulla storia, sui popoli, sui Re. “Non ci può essere mai una supina rassegnazione agli eventioccorre capire il senso degli accadimenti, il senso della propria vita. Contemplare: questo è il verbo giusto. Mentre Gesù muore sulla croce, il popolo “contemplava”, dice il Vangelo di Luca,  non  semplicemente “stava a vedere” ( si sa: le traduzioni dal greco o dal latino non rendono quasi mai il senso autentico che le parole esprimono nella lingua originaria). Contemplare, ossia cercare di capire quello che sta accadendo: il senso della vita, il senso della storia. “Alcuni si spingono molto lontano per capire il senso della propria vita, fino in Tibet ad esempio; ma è qui ed ora che ciascuno di noi ha un senso, perché  ognuno è un tassello preciso nel grande mosaico del mondo, ognuno ha il proprio posto nella storia.
Francesco II, la storia e la fede, la regalità e Cristo, l’umiltà e la povertà di San Francesco, la competitività e la comprensione: tutto sembra intrecciarsi e convergere in unità, indicando  che il  vero significato dell’essere Re è nell’abbraccio di Cristo che muore crocifisso, in  mezzo a due ladroni. Per paradossale che possa sembrare, è proprio allora che Cristo mostra la sua regalità, esaltata dal ladrone, che proprio a causa di quell’abbraccio lo riconosce, sentendosi da Lui “comprehensum”, sposato da quel sovrano che lo ama fino a sacrificare  se stesso.
E Francesco II quale modello di regalità ha abbracciato? Quello della competizione o quello della comprensione? E’ stato un sovrano ambizioso, che ha pensato ad accrescere il proprio potere oppure è stato un sovrano che ha anteposto ai suoi interessi personali l’amore per il suo popolo? 
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 La breve, ma intensa, vita di soldato e di re, di Francesco II di Borbone appare, in verità,  come un continuo e cosciente conformarsi all’unico modello di regalità che la sua profonda religiosità cristiana poteva proporgli di imitare. Il “Re” Francesco II si sentiva, ed era effettivamente, “sposo” del suo popolo, che amò fino alla fine della sua vita, ben oltre la perdita del trono e la fine del Regno.
E’ lecito dubitare dell’amore dei sovrani per i loro popoli quando vi siano interessi materiali da salvaguardare, quando c’è ancora la speranza di recuperare un trono perduto; ma Francesco già da tempo non nutriva più di queste speranze e, specialmente dopo la definitiva partenza da Roma, aveva  pure rinunciato a vedersi restituiti i suoi beni. Eppure, non aveva mai cessato di amare i napoletani. E i napoletani non cessarono mai di amarlo. Non, certamente, i generali che lo avevano tradito; non quegli aristocratici la cui bramosia di ricchezze e di potere si era lasciata stuzzicare dalle astute lusinghe degli avversari  (eppure anche a costoro seppe perdonare); ma il popolo, il suo popolo, lo amava davvero perché si sentiva profondamente amato da lui: “sposato”, abbracciato, “comprehensum”
Suo padre Ferdinando II aveva regnato per oltre trent’anni, trasformando il Regno delle Due Sicilie in uno degli stati più ricchi e potenti d’Europa. Era un’eredità pesante, che Francesco dovette assumersi inaspettatamente  e che si trovò a gestire da solo, quando stava per avere inizio la fase più difficile della storia del Sud. Gli avvenimenti, che si susseguirono in maniera travolgente, precipitarono la dinastia e mutarono la storia del popolo.
Di Francesco II la storia, in verità, non se n’è quasi mai occupata, se non in modo apparentemente distratto, e, quando lo ha fatto, ha descritto la figura di un uomo scialbo; l’iconografia lo presenta come un giovane dall’aspetto impacciato, le spalle strette, gli occhi tristi, l’espressione tra il timido ed il corrucciato; insomma, il ritratto perfetto dell’anti-eroe. Ed anche nella storiografia più recente, il re–soldato, che combatte sugli spalti di Gaeta, vi appare quasi trascinato, più che dalla sua convinzione personale, dall’entusiasmo incosciente e, talvolta, imprudente, della giovane moglie Maria Sofia di Baviera, riconosciuta “eroina di Gaeta”.
Restano poco noti, invece, il suo ricchissimo epistolario, il suo diario privato, le memorie di chi visse accanto a lui gli ultimi istanti della sua vita. Da essi emerge una figura di re il cui profilo morale, umano, intellettuale e cristiano è altissimo e rigoroso: un ritratto assolutamente stridente con quello ufficiale consegnatoci dalla storia che, persino nel nomignolo con cui lo identifica, “Franceschiello”, ha voluto imprimere nella memoria collettiva l’immagine del perdente, del non – Re, rappresentandone una regalità in negativo, in cui non trovano spazio concetti come “potere” e “trionfo” e non c’è posto neanche per la competizione, la “competitività” richiesta dai modelli considerati vincenti.    
Troppo spesso la storia esalta come eroi personaggi mediocri, il cui merito è quello di essere saliti in tempo sul carro del vincitore o di avere agito con cinico egoismo e per puro calcolo materiale o rinnegando valori morali e princìpi religiosi in nome di presunti ideali..
La vicenda garibaldina e l’intera operazione con la quale fu realizzata l’unificazione italiana necessitano ancora oggi di una rilettura che ne chiarisca, una volta per tutte, natura e contenuti. Non è più possibile, di fronte all’evidenza documentale, continuare ad accettare la “vulgata” ufficialmente imposta nei manuali scolastici, attraverso i quali specialmente si dovevano “ fare gli Italiani”. Troppe contraddizioni balzano in evidenza, troppe smentite dei fatti così come ci sono stati raccontati, troppi elementi di un’altra storia ci rivelano una verità diversa da quella conosciuta finora, che è doveroso portare alla luce e diffondere. E’ quella storia, che oggi non è più possibile accettare supinamente, che ci ha consegnato la figura di un  “Franceschiello” codardo, pavido, inetto: il ritratto caricaturale di un Re.
Chi era, in realtà, l’ultimo sovrano delle Due Sicilie?
Il 5 settembre 1860, in procinto di partire per Gaeta, volendo risparmiare alla capitale atroci combattimenti (l’entrata di Garibaldi in città era imminente), pronunciava parole gravi, denunciando al cospetto dell’Europa, che rimase sorda, le evidenti violazioni del diritto internazionale ai danni dei popoli delle due Sicilie: “una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le Potenze Europee”.
Il Re denunciava, con una chiarezza e lucidità che pochi, in quel momento, mostrarono di avere, i disegni della setta rivoluzionaria che stava impadronendosi dei suoi Stati, ma che presto avrebbe minacciato l’intera Europa; scriveva  ai rappresentanti delle potenze europee di come il Piemonte, che “sconfessava” pubblicamente l’azione garibaldina, segretamente, invece, la incoraggiava e la sosteneva. E paventava il pericolo che la violazione delle norme più elementari del diritto internazionale, che ora stava danneggiando il suo Regno, avrebbe finito per imporre il principio di autolegittimazione dei governi, spianando la strada a regimi  basati sulla forza  e sulla violenza, anziché sul consenso dei popoli.
Fu fin troppo facile profeta: totalitarismi e massacri avrebbero trasformato l’Europa del secolo successivo in un immenso teatro di violenza e di guerre. Nessuno sembrava, in quel momento, rendersene conto quanto lui: “questa guerra spezza ogni fede ed ogni giustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere di soldato ... L’Europa  non può riconoscere il blocco decretato da un potere illegittimo ... L’azione di Garibaldi è quella di un pirata. Accettandola, l’Europa civile tollererebbe la pirateria nel Mediterraneo... Ma l’Europa stava a guardare.
Francesco II, invece, combatteva contro questo nuovo modo di fare la guerra: sul Volturno, a Gaeta, sul fronte della diplomazia. Combatteva e protestava instancabilmente, pur nella crescente consapevolezza di  non poter salvare se non l’onore; combatteva  a fianco dei suoi soldati, per il popolo che aveva “sposato” e che non lo abbandonava, perché “fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandi e solenni; ed io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso quale si addice al discendente di tanti Monarchi”.
Lucidamente consapevole della sconfitta, non fece nulla per sottrarsi al suo dovere di Re, raccomandando ai suoi popoli “la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini”  anche quando l’esito gli fu fatale.
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Lasciando Napoli,  Francesco II non portò nulla con sé. Il 12 settembre, appena una settimana dopo la sua partenza verso Gaeta (il Regno delle Due Sicilie era, dunque, ancora formalmente uno Stato legittimo riconosciuto dalle potenze europee), i suoi beni venivano dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”; e quando, succeduto Vittorio Emanuele, si discusse se rendere a Francesco i suoi beni privati, una tale eventualità  fu condizionata alla sua partenza da Roma, dov’era ospite del Papa. Lo si voleva allontanare il più possibile da Napoli, perché la sua sola prossimità al Regno era sufficiente a tenere alto il morale di chi combatteva per l’indipendenza della patria. Francesco non accettò: non poteva consentire alcuna strumentalizzazione della sua persona facendone ricadere su di lui la responsabilità dei massacri, che l’esercito  piemontese stava attuando nel tentativo di piegare la resistenza dei napoletani. Perché di “Napolitani” si trattava - come sottolineava con forza il Re -  e non di  “briganti” ed “assassini”, come invece li dipingeva la propaganda; napoletani come lui, e, come lui, “disgraziati che difendono in una lotta ineguale l’indipendenza della loro patria ed i diritti della loro legittima dinastia”. Di quei “briganti”, ad ogni modo, se tale era la loro identità, lui, il Re, si reputava onorato di esserne il primo. Ed avendo, d’altra parte, perduto un trono, che gli importava di perdere le ricchezze?. “Sarò povero come tanti altri che sono migliori di me: ed ai miei occhi il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza” : queste le parole con le quali respinse il “consiglio” di Napoleone III di allontanarsi da Roma. Non riebbe più i suoi beni, che furono distribuiti, in barba a statuti e “proteste”, ai “martiri” dell’Unità d’Italia (Paese che, a quanto pare, continua ancora oggi a produrre “martiri”, se c’è chi pretende - in modo assai poco regale, in  verità- dallo Stato, dunque dai suoi cittadini, il risarcimento dei danni derivati dall’esilio cui furono sottoposti, dopo il 1948, gli ex Re d’Italia ed i loro discendenti maschi, ossia i continuatori, effettivi e potenziali, di  una dinastia che aveva fondato le sue fortune, oltre che la Nazione, principalmente sul sangue degli avversari, cui aveva strappato il Trono, e delle popolazioni che in quel Trono si riconoscevano,senza minimamente preoccuparsi del loro destino).
Francesco,  Re - Sposo dei suoi popoli, invece non cessò mai di preoccuparsi delle loro necessità, nella buona come nella cattiva sorte: l’11 gennaio 1862 riusciva ad inviare la somma di 800 scudi all’Arcivescovo di Napoli Riario Sforza, per venire in soccorso della popolazione di Torre del Greco, colpita dal terremoto. “Tutte le lagrime dei miei sudditi – scriveva in quell’occasione – ricadono sopra il mio cuore, e non mi sovviene della mia povertà che allora soltanto che, in simili circostanze, m’impedisce di fare tutto quel bene, al quale mi sento per natura trasportato... Sovrano esiliato, non posso slanciarmi in mezzo a’ miei figli per alleviarne i mali. La potenza del Re delle Due Sicilie è paralizzata, e le sue risorse son quelle di un sovrano decaduto che non ha trasportato seco, lungi dal suolo ove riposano i suoi antenati, che l’imperituro amore per la patria assente. Ma comunque grande sia la mia catastrofe e meschine le mie risorse, io sono Re, e come tale io debbo l’ultima goccia del sangue mio e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli  miei”
Anche sugli spalti di Gaeta, quando tutto era ormai perduto, questo Re non aveva avuto altro pensiero che  quello di consolare i suoi popoli nelle sventure comuni. Sempre fiducioso nella Provvidenza, le sue parole non furono mai di cupa rassegnazione, ma  sempre vibranti di passione interamente napoletana: “Ho combattuto non già per me, ma per onore del nostro nome... io sono napolitano; nato in mezzo a voi non ho respirato altra aria, non ho veduto altri paesi, non ho conosciuto che solo la mia terra natale. Ogni affezione mia è riposta nel regno, i costumi vostri sono pure i miei, la vostra lingua è pure la mia, le ambizioni vostre sono pure le mie”.
Orgoglioso della sua “napoletanità” e dell’appartenenza ad una dinastia che, da oltre cento anni, regnava pacificamente su quei territori, ai quali aveva restituito indipendenza ed autonomia, Francesco rivendicava la legittimità del trono: “non mi ci sono installato dopo avere spogliato gli orfanelli del loro patrimonio, né la Chiesa dei suoi beni; né  forza straniera mi ha messo in possesso della più bella parte d’Italia. Mi glorio di essere un principe che, essendo vostro, ha tutto sacrificato al desiderio di conservare ai sudditi suoi la pace, la concordia e la prosperità...”
Pace, concordia, prosperità: erano questi i beni che voleva per i suoi popoli. Perfettamente a conoscenza di tradimenti e cospirazioni, aveva voluto evitare spargimenti di sangue: questa sua scelta, che ostinatamente difendeva, gli aveva procurato – egli mostrava di esserne profondamente consapevole – accuse di inettitudine e debolezza. Ma preferiva queste accuse ai trionfi degli avversari, ottenuti con il sangue e la violenza. Cinismo, tradimenti e spergiuri  sembravano sempre più fare parte dei moderni codici militari, ma a Francesco continuavano ad essere cari gli antichi codici della cavalleria, che riposavano sulla sacralità del giuramento, sulla fedeltà alla parola data, specie se parola di Re. Per questo non aveva potuto credere che il re del Piemonte “che protestava di disapprovare l’invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per il vero interesse dell’Italia”, avrebbe violato tutti i trattati e calpestate le leggi, invadendo il regno delle Due Sicilie senza neanche una dichiarazione di guerra.      
Ma alla tracotanza del nemico si poteva rispondere solo rimanendo uniti nella concordia, intorno al trono dei propri antenati, superando antiche divisioni (il discorso riguardava specialmente i siciliani): “il passato non sia mai un pretesto di vendetta, ma un avvertimento salutare per l’avvenire”
Occorreva avere fiducia, ancora una volta, nella Provvidenza divina ed accettarne, comunque, i disegni, profondi ed imprescrutabili; ma nessuno – e specialmente il Re -  poteva sottrarsi al proprio dovere: “Difensore dell’indipendenza della patria, resto a combattere qui per non abbandonare un deposito così caro e così santo. Se ne ritornerà l’autorità ed il potere nelle mie mani, me ne servirò per proteggere tutti i miei diritti, rispettare tutte le proprietà, salvaguardare le persone ed i beni dei sudditi miei contro ogni oppressione e depredamento. Se poi la Provvidenza nei suoi profondi disegni decreta che l’ultimo baluardo della monarchia cada sotto i colpi di un nemico straniero, io mi ritirerò con la coscienza senza rimproveri e con una risoluzione immutabile, ed attendendo l’ora della giustizia, farò i voti più ferventi per la prosperità della mia patria e per la felicità di questi popoli che formano la più grande e la più cara parte della mia famiglia”.
L’esilio vissuto negli ultimi anni ad Arco, senza più speranza di recuperare trono ed averi personali, non cancellò la validità di questo “patto”: bastava essere napoletano per essere ricevuto da lui e furono tanti coloro che ebbero modo di incontrarlo. A tutti chiedeva notizie della sua Napoli, senza che mai alcuna parola di biasimo per i nuovi regnanti e governanti uscisse  dalla sua bocca. Così come non voleva che si parlasse delle sue passate vicende, della sua vita di Re: le considerava un sogno del passato, che ormai si era dissolto. Aveva conservato il titolo di Duca di Castro, ma tutti ad Arco lo conoscevano come “il signor Fabiani”.
Fu solo dopo la sua morte che gli abitanti della cittadina trentina scoprirono la vera identità di quel gentiluomo che, tutte le mattine, sedeva al bar a fare colazione ed a leggere i giornali, dopo avere ascoltato la Messa, ed ogni sera, puntuale, si recava per la recita del Santo Rosario  presso la Chiesa della Collegiata.
Francesco II lascia nella storia un nome, che le iniquità e le calunnie non possono oscurare.
I doveri di sovrano, che egli seppe compiere cristianamente, i doveri di soldato valoroso nell’eroica difesa di Gaeta, i suoi proclami e le note diplomatiche indirizzate ai monarchi di Europa durante i tristi  momenti della sua caduta, dimostrano ai posteri tutto il suo valore ed indicano un modello di regalità che non evoca immagini di potenza e di gloria ed invita, piuttosto, a riflettere sulla nobiltà della politica: concetto, oggi, purtroppo, estraneo alla nostra esperienza, perché caduto progressivamente in desuetudine, ma che dovremmo sforzarci di recuperare.  La società moderna, infatti, riconosce il primato della “competitività” piuttosto che quello della “comprensione” e privilegia senz’altro gli interessi materiali che, in nome dell’individualismo e dei vantaggi dei singoli, non esitano a sacrificare il bene comune.